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Italia in liquidazione: ricominciano le manovre

I recenti casi Telecom e Alitalia vanno nella direzione esattamente opposta a quella necessaria per uscire dalla crisi. Il nostro Paese ha bisogno non solo di abbattere il debito ma di rilanciarsi attraverso interventi di rilevanza strategica. E se il capitale e l’iniziativa privata latitano, sarà inevitabile un intervento pubblico selettivo e qualificato

Ricomincia il confronto tra chi ritiene che cedere il controllo delle nostre aziende ad investitori stranieri sia un fattore di modernità e di adeguamento alle leggi della globalizzazione e chi, viceversa, pensa che la progressiva cessione del controllo di importanti asset nazionali rappresenti un indebolimento che comprometterà le possibilità di ripresa del Paese. La questione è riaffiorata con forza alla luce dei casi Telecom e AlitaliaAir France. Ma non solo per questo. Più volte infatti l’attuale Governo (e anche il precedente) – sempre a caccia di nuovi modi di “fare cassa” – ha ventilato l’opportunità di cedere altre quote di Eni ed Enel, oltre che di alcuni asset di Finmeccanica.Aggiungendo, al solito elenco delle ex Partecipazioni Statali, “new entries” come Ferrovie dello Stato e Poste Italiane. D’altra parte, ora che entrambe queste aziende producono utili, appare logico che gli investitori internazionali vi pongano la propria attenzione. La questione però è la seguente: Poste e Ferrovie sono aziende pubbliche che, con il sacrificio di tutti i lavoratori e lo sforzo finanziario dello Stato (basti pensare agli investimenti compiuti e tuttora in corso per l’alta velocità), oggi danno profitto; appare dunque davvero delittuoso cederne quote a chi non ha ritenuto di investire nei momenti di difficoltà e si presenta ora, a risanamento compiuto, a godere dei risultati. Nel caso poi di Eni ed Enel è sufficiente fare un semplice conto per rilevare l’insensatezza dell’operazione privatizzazione: se si sommano i dividendi distribuiti negli anni ai nuovi acquirenti, e quindi non goduti dal Tesoro, e li si raffronta con gli introiti per le casse pubbliche derivanti dalle varie tranches man mano immesse sul mercato, si rileva come lo Stato ci abbia rimesso.

Politica e imprenditoria unite dall’inadeguatezza

Per capire la genesi e la filosofia delle privatizzazioni in Italia basterebbe rileggere un piccolo grande saggio scritto nel 2007 da Mino Lorusso – edito dal Il Sole 24 Ore e sponsorizzato da Federmanager – dall’eloquente  titolo “Italia in svendita. La privatizzazione delle aziende statali: politica, impresa, etica”. Abbiamo svenduto di tutto con la motivazione di contribuire a ridurre il debito pubblico e recuperare l’efficienza tipica del mondo privato. Ma se guardiamo il periodo dal 2007 al 2013, il debito pubblico è aumentato, mentre l’efficienza e l’efficacia delle aziende non è affatto risultata stravolta (in positivo) rispetto a prima. Il libro di Lorusso apre con questa frase (siamo, ricordiamo, nel 2007): “La cronaca di questi ultimi anni ci consegna un Paese diviso, con la politica bandita, a volte autoreferenziale e spesso strumento di lotta nelle mani di compagini impegnate nel mantenere o accrescere il proprio potere”.Sono passati 6 anni, e la diagnosi che potremmo fare oggi è quella di una classe politica e imprenditoriale senza più la voglia e la forza di affrontare le sfide con lo spirito che animò la ricostruzione e il rilancio del dopoguerra. A testimonianza di quell’epoca e come esempio di riferimento pensiamo a figure come Enrico Mattei, che incaricato di liquidare l’Agip ebbe il coraggio di creare l’Eni: con la filosofia di oggi l’Agip sarebbe stata venduta a qualche munifico finanziere di turno. Il mondo politico naviga a vista, senza avere una strategia di riferimento cui vincolare le proprie scelte, limitandosi a svolgere un’attività di computo ragionieristico e a sorvegliare il rispetto o meno di parametri ed indicatori che hanno anche perso molto del valore originario, a seguito dei cambiamenti avvenuti nello scenario internazionale.

Ma se la classe politica mostra tutta la propria inadeguatezza, anche il mondo imprenditoriale non è da meno. Se è vero infatti che i politici vendono pezzi pregiati degli asset dello Stato, è altrettanto riscontrabile che molti imprenditori mirano a far cassa – o peggio, a speculare – piuttosto che continuare ad operare in un mercato e in un Paese che, peraltro, crea condizioni ostili. Dal 2010 al 2013 sono state cedute più di 350 aziende per un controvalore di oltre 45 miliardi di euro. Ferisce che vengano cedute aziende, spesso in salute, che caratterizzano quella specie di logo che è il Made in Italy. E dovrebbe far arrabbiare che quei 45 miliardi siano entrati in Italia senza arrecare alcun beneficio alla finanza pubblica, con il rischio anzi che lo Stato in alcuni casi sia chiamato a sostenere eventuali casse integrazioni per ristrutturazioni attivate dalla nuova proprietà.

Il sistema economica italiano è certamente sottocapitalizzato se paragonato a molti operatori internazionali. Il Paese ha bisogno non solo di abbattere il debito ma di rilanciarsi attraverso interventi di rilevanza strategica. E se il capitale e l’iniziativa privata latitano, sarà inevitabile un intervento pubblico selettivo e qualificato. In questo quadro di incertezze e difficoltà la nostra categoria può e deve assumere l’iniziativa perché si esca dalla confusione di termini e di obbiettivi. Sette anni fa si parlava criticamente di Italia in svendita: cerchiamo di fare tesoro di quanto è accaduto, perché errare è umano ma perseverare è diabolico. E colpevole.

 

Articolo pubblicato su Professione Dirigente, periodico Federmanager Roman. 43/Ottobre 2013

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